Chi Sono?

Mi chiamo Eros Tetti e sono un Educatore Socio-Pedagogico e Mediatore Linguistico-Culturale.

Ma questa è la definizione professionale. Prima ancora, c’è una storia.

Nella prima parte della mia vita pensavo che sarei diventato un informatico. Avevo iniziato la facoltà di Informatica, avevo buone capacità, riuscivo a capire i sistemi, i codici, le logiche. In fondo, quel mondo mi apparteneva almeno in parte.

Eppure qualcosa non tornava.

Mi interessava, sì. Ma mi sembrava freddo. Troppo distante dalle persone. Troppo chiuso dentro una relazione con le macchine, con i linguaggi, con le strutture astratte. Mi mancava qualcosa di più vivo: lo sguardo dell’altro, la possibilità di essere utile in modo diretto, concreto, umano.

La svolta arrivò quando scelsi di fare l’obiettore di coscienza. Allora il servizio militare obbligatorio esisteva ancora, anche se eravamo ormai verso la fine di quella stagione. Io scelsi un’altra strada e venni inserito in una comunità terapeutico-educativa per persone con problemi di dipendenza.

Lì, per me, cambiò tutto.

Mi trovai davanti a persone vere. Persone che avevano attraversato dolore, solitudine, fragilità, cadute. Persone che cercavano di rimettere insieme i pezzi della propria vita e di ricostruirsi una dignità.

Fu una rivelazione.

Scoprii che poter contribuire, anche solo in parte, ad aiutare qualcuno a uscire dalla sofferenza e a ritrovare una direzione non era semplicemente un lavoro. Era qualcosa che sentivo profondamente mio.

Da lì è cominciato il percorso che mi ha portato, negli anni, a diventare Educatore Socio-Pedagogico e Mediatore Linguistico-Culturale.

Una scelta di campo

Viviamo in una società che spesso premia chi corre, chi compete, chi si adatta velocemente, chi sa stare dentro le regole del successo.

Io ho scelto di rimanere accanto a chi, in quel meccanismo, rischia di sparire.

Con chi fatica.
Con chi viene giudicato prima di essere compreso.
Con chi ha bisogno di più tempo.
Con chi non ha avuto le stesse possibilità.
Con chi porta addosso una storia difficile.
Con chi spesso non viene visto.

Per me nessuno deve rimanere indietro non è uno slogan. È una posizione educativa, sociale e umana.

Non significa pensare che tutto sia facile. Non significa negare la fatica, i conflitti, i limiti, le responsabilità personali. Significa però credere che ogni persona meriti una possibilità reale di crescita, autonomia e partecipazione.

La mia idea di educazione

Per me educare non significa comandare. Non significa correggere dall’alto. Non significa dire a una persona come dovrebbe essere.

Educare significa accompagnare.

Significa costruire una relazione intenzionale, nella quale l’altro possa sentirsi visto, ascoltato e sostenuto, ma anche aiutato a crescere, a cambiare, a fare passi concreti.

Credo in un rapporto educativo caldo, vivo, anche allegro. Una relazione in cui possano esserci fiducia, leggerezza, sorriso, presenza emotiva.

Ma credo anche nella giusta distanza.

L’educatore non è un amico, non è un fratello maggiore, non è un familiare sostitutivo. È una figura adulta, affidabile, competente. Deve saper creare connessione senza confondere i ruoli. Deve saper essere vicino senza invadere. Deve saper sostenere senza creare dipendenza.

La relazione educativa funziona quando tiene insieme due cose: calore e struttura.

Senza calore diventa fredda.
Senza struttura diventa confusa.

Cosa fa un Educatore Socio-Pedagogico

L’educatore socio-pedagogico progetta, realizza e valuta interventi educativi rivolti a persone, famiglie e gruppi in situazioni di fragilità o bisogno educativo.

Il suo lavoro riguarda l’autonomia, l’inclusione, le competenze relazionali, la partecipazione sociale, il rapporto con la scuola, con la famiglia, con i servizi e con la comunità.

È un lavoro che richiede metodo, osservazione, capacità progettuale e collaborazione con équipe multidisciplinari, servizi territoriali, scuola e famiglie.

Ma richiede anche una qualità meno misurabile e altrettanto decisiva: la capacità di stare nella relazione.

Perché una persona non cambia solo perché qualcuno le dice cosa deve fare. Cambia quando trova un contesto sufficientemente sicuro, chiaro e umano per potersi mettere in movimento.

Il Valore della Mediazione

Essere anche Mediatore Linguistico-Culturale mi ha insegnato che ogni persona arriva con una storia, un linguaggio, una famiglia, una cultura, una ferita, una mappa del mondo.

Non esiste un intervento educativo serio se prima non si prova a capire chi abbiamo davanti.

Mediare non significa soltanto tradurre parole. Significa tradurre mondi. Aiutare persone, famiglie, istituzioni e servizi a comprendersi meglio. Costruire ponti dove spesso ci sono muri, diffidenze o incomprensioni.

Questa competenza per me è diventata parte del modo stesso di educare.

Che Cosa Vorrei Costruire

Vorrei continuare a costruire percorsi educativi seri, umani, concreti.

Percorsi capaci di aiutare bambini, ragazzi, adulti e famiglie a trovare strumenti migliori per vivere, relazionarsi, partecipare, diventare più autonomi.

Vorrei lavorare con realtà che credono ancora nel valore della cura educativa, della comunità, della responsabilità condivisa.

Non credo nelle soluzioni miracolose. Credo nei passi quotidiani.

Una routine che migliora.
Una crisi che si gestisce meglio.
Una famiglia che respira.
Un ragazzo che si fida un po’ di più.
Una persona che scopre di potercela fare.
Un servizio che non lascia solo nessuno.

È lì che l’educazione diventa concreta.

Ed è lì che, per me, vale la pena stare.