Nuova agricoltura artigiana: perché dobbiamo darle spazio (e gambe) in Toscana

Sono stato invitato a un confronto pubblico sulla “nuova agricoltura artigiana” proposta da Giannozzo Pucci, storico ecologista fiorentino. Non è l’ennesimo slogan verde: è una proposta seria e concreta che può riportare fertilità, lavoro e dignità nei nostri territori oggi impoveriti dall’agrindustria e dalle sue dipendenze chimiche, finanziarie e burocratiche.

Questa visione parte da un assunto semplice: l’agricoltura, prima di essere filiera, è cura del territorio. Quando la trasformiamo in puro processo industriale, i suoli si degradano, la biodiversità cala, le comunità perdono reddito e autonomia. L’“artigianalità” non è nostalgia: è organizzazione intelligente del lavoro, diversificazione delle colture, riduzione dei veleni, filiere corte e valore aggiunto che resta nelle campagne.

I 12 punti: una piattaforma di governo, non un manifesto astratto

Pucci ha sintetizzato la proposta in 12 punti. Alcune leve, tradotte in politiche regionali, possono cambiare il passo: riconoscere la cura artigiana del territorio come servizio pubblico; promuovere la formazione per apprendistato invece di burocrazia; istituire un “salario di contadinanza” per chi intraprende percorsi agro-ecologici; mappare i suoli coltivati artigianalmente in un catasto agricolo ecologico non urbanizzabile; semplificare i rapporti con la PA (funzionari itineranti, zero lavoro-ombra per l’agricoltore); favorire collaborazioni tra proprietari e artigiani dei campi; prevedere canali d’ingresso regolari per immigrati che apprendono mestieri ecologici in aree abbandonate. Sono linee già articolate e pubbliche, con un invito esplicito a convergere su obiettivi comuni per la conversione ecologica del territorio. (WineNews)

Oltre l’agrindustria: vantaggi concreti per persone e territori

  • Suolo vivo: meno input chimici, più fertilità e resilienza idrologica (chi lavora il suolo a mano e a mosaico lo protegge).

  • Reddito diffuso: filiere corte, trasformazioni locali, turismo rurale, artigianato del cibo.

  • Salute e qualità: meno pesticidi, più diversità alimentare e valore per il consumatore.

  • Coesione: l’agricoltura torna a essere presidio sociale nei borghi interni, non solo costo.

  • Innovazione sobria: non rifiuto della tecnica, ma tecnologie appropriate al contesto (acquisti collettivi, logistica condivisa, microlaboratori, piattaforme mutualistiche).

“I 12 punti per l’agricoltura artigiana” di Giannozzo Pucci


1. Dicesi agricoltura artigiana l’insieme di attività non imprenditoriali di cura e manutenzione del territorio tramite piante e animali con conseguenti produzioni alimentari senza uso di pesticidi e con la massima diversità di colture.
2. La coltivazione manuale e artigiana senza pesticidi a qualsiasi titolo di un terreno è certificazione in sé che supera qualsiasi certificazione urbanistica o di altro genere e costituisce titolo per far parte di un elenco speciale artigiano, indipendentemente dal numero di ore di lavoro.
3. Dall’assenza di scopi speculativi discende che la nuova agricoltura artigiana è esente dall’obbligo di iscriversi alla Camera di Commercio e all’Iva, perché come per i secoli passati è sottoposta al regime di esenzione dall’attività commerciale non comprando, ma producendo, per vendere.
4. La cura artigiana del territorio è un servizio pubblico e come tale oggetto di attività di volontariato coperto da assicurazione a carico pubblico.
5. L’agricoltura artigiana non ha obblighi di corsi di formazione basandosi sull’apprendistato e sul volontariato.
6. All’agricoltura artigiana non sono necessarie autorizzazioni ambientali non producendo inquinamenti.
7. Tutti gli enti e uffici amministrativi con competenze agricole per quanto riguarda l’agricoltura artigiana passano dal comune.
8. L’istituzione di un “salario di contadinanza” per chi intraprende un’attività di nuova agricoltura artigiana dopo periodi congrui di apprendistato e volontariato come studenti, è una politica economica essenziale per la fertilità e l’economia del territorio.
9. Occorre formare un nuovo catasto agricolo comprendente i terreni utilizzati in agricoltura artigiana agro-ecologica che non potranno essere urbanizzati.
10. Gli artigiani agro-ecologici hanno diritto all’analfabetismo burocratico e digitale. Tutte le pratiche col pubblico saranno a carico pubblico, con funzionari itineranti, incaricati di completarle senza lavoro-ombra a carico dell’artigiano agricoltore.
11. Gli artigiani agro ecologici potranno sperimentare nuove forme di collaborazione associativa e di apprendistato coi proprietari o possessori a qualsiasi titolo dei terreni.
12. Gli immigrati con competenze manuali nei campi artigiani in generale, agricoli, edilizi ecc. potranno ricevere un permesso di soggiorno da studente per apprendere competenze ecologiche aiutando in Italia a costruire, in territori abbandonati o semi abbandonati, un’economia totalmente ecologica.

Cosa farò se sarò eletto?

oggi voglio essere chiarissimo: se sarò eletto, farò miei i 12 punti dell’“agricoltura artigiana” proposti da Giannozzo Pucci. Non come un allegato folkloristico, ma come asse portante del mio lavoro in Consiglio Regionale. Li sposo integralmente perché sono un vero programma politico ecologista: parlano di suoli vivi, di lavoro buono, un nuovo rapporto città campagna montagna, di comunità che tornano a vivere.

Per anni ci hanno detto che l’unica strada fosse l’agrindustria: grandi mezzi, grandi input, grandi debiti. Il risultato lo vediamo: territori più poveri, suoli stanchi, borghi svuotati. L’“artigianale”, invece, non è il passato: è il futuro intelligente dell’agricoltura. Più biodiversità, più valore aggiunto in loco, più salute per chi produce e per chi consuma. È una politica economica, ambientale e sociale insieme.

Assumo qui, davanti a voi, dodici impegni concreti che trasformerò in atti amministrativi e legislativi.

Perché adesso

Abbiamo davanti cambiamento climatico, crisi idrica e volatilità dei mercati. Insistere con monocolture, chimica spinta e debito è miope. L’agricoltura artigiana è una rete antifragile che moltiplica le mani in campo, aumenta la biodiversità e distribuisce valore. È anche una politica anti-spopolamento delle aree interne.

Non è un “contro” ideologico all’impresa; è un “pro” territorio: molte aziende medio-piccole potranno integrare moduli artigiani (siepi, orti sinergici, pascoli rotazionali, trasformazioni micro) migliorando margini e reputazione.

La Toscana del Buon Vivere parte dai campi

Questa proposta si intreccia con la mia visione per la Toscana del Buon Vivere: persone al centro, non i profitti; lavoro buono che rigenera invece di consumare; montagna e città di nuovo in dialogo. La conversione ecologica non è una rinuncia: è valore aggiunto per chi produce, qualità per chi consuma, bellezza per chi abita.

Invito amministratori, associazioni, cooperative, università, consorzi e cittadini a partecipare ai tavoli di co-progettazione che proporrò in ogni area vasta. La politica deve fare da leva e da ponte: meno carte, più campi; meno slogan, più mani nella terra.