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title: Perché gli educatori e i lavoratori del sociale sono sempre più "Specie Rare"?
description: Educatori e operatori sociali sono sempre più rari: scopri perché il welfare italiano rischia di perdere le sue figure professionali più preziose.
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date: 2026-05-21T14:38:54Z
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C'è una **[campagna](https://koinecoopsociale.it/specie-rare/ "Campagna Specie Rare")** lanciata da Koinè Cooperativa Sociale che si chiama "Specie Rare". Il nome colpisce perché riesce a dire in poche parole una verità scomoda: gli operatori e le operatrici del sociale stanno diventando figure sempre più difficili da trovare. La campagna parla di una "giungla invisibile fatta di fragilità, emergenze, solitudini e cura" e definisce educatori e operatori come professionisti indispensabili per tenere in equilibrio il welfare.

Non è solo una metafora efficace. È una diagnosi del tempo che stiamo vivendo.

**Il paradosso: cresce il bisogno, calano le persone disposte a fare questo lavoro**

Il punto centrale è questo: mentre le fragilità sociali aumentano, diminuiscono le persone disposte a lavorare nel sociale nelle condizioni attuali. Non perché manchi il bisogno. Al contrario, il bisogno cresce ogni anno. Mancano riconoscimento, salari adeguati, stabilità, prospettive, rispetto pubblico.

I numeri aiutano a capire la dimensione reale del problema. Secondo Istat, al 31 dicembre 2023 in Italia erano attive 368.367 istituzioni non profit, con 949.200 dipendenti. Rispetto al 2022, le istituzioni sono cresciute del 2,3% e i dipendenti del 3,2%. Non stiamo parlando di un settore marginale o romantico: stiamo parlando di un pezzo strutturale del Paese.

Il dato diventa ancora più chiaro guardando dove lavorano queste persone. Sempre secondo Istat, nel 2023 il 50% dei dipendenti del non profit era concentrato nell'assistenza sociale e protezione civile. Seguono istruzione e ricerca, sviluppo economico, sanità. Una parte enorme del lavoro del Terzo settore non ruota quindi intorno a iniziative accessorie: ruota intorno alla vita concreta delle persone. Minori, famiglie, anziani, persone con disabilità, migranti, comunità locali.

A questo si aggiunge il volontariato, pilastro spesso invisibile della coesione sociale. Nel 2023 circa 4,7 milioni di persone, pari al 9,1% della popolazione dai 15 anni in su, hanno svolto attività di volontariato organizzato o aiuto diretto. Ma anche qui c'è un dato da non ignorare: Istat registra un calo di 3,6 punti percentuali rispetto al 2013.

**I numeri allarmanti della campagna Specie Rare**

La campagna "Specie Rare" riporta due dati che dovrebbero far riflettere chiunque si occupi di politiche sociali ed educative.

Il primo: un posto universitario su tre resta vuoto nei percorsi collegati alla formazione degli educatori. Il secondo: il 60% degli operatori sarebbe pronto a lasciare il settore, con una carenza stimata di circa 30.000 figure professionali a livello nazionale.

Sul primo punto, VITA ha ricostruito nel dettaglio il caso dei corsi universitari per Educatore professionale in ambito sanitario: su 844 posti disponibili, sono arrivate 546 candidature. Il 35% dei posti è rimasto vuoto. Eppure non si tratta di un percorso senza sbocchi: tra i laureati nel 2023, l'83,9% lavorava già a un anno dalla laurea.

Qui emerge il paradosso in tutta la sua chiarezza: il lavoro c'è, il bisogno c'è, la domanda sociale c'è. Ma i giovani non sembrano più considerare questa professione abbastanza desiderabile. E chi già lavora nel settore spesso si stanca, cambia ambito, cerca qualcosa di meno esposto, meno precario, meno logorante.

**Non è questione di "vocazione": è questione di condizioni**

Sarebbe comodo liquidare tutto con il solito argomento: "i giovani non hanno più vocazione". È una lettura superficiale e anche un po' ipocrita. La verità è più dura: molti giovani vedono benissimo la sproporzione tra le responsabilità richieste e il riconoscimento offerto. E non si fidano.

Un educatore non "sta con i bambini". Non "fa compagnia". Non "controlla" un gruppo. Un educatore osserva, progetta, interviene, contiene, media, costruisce relazioni, legge i contesti, accompagna percorsi, lavora sulle autonomie, sulle fragilità, sui conflitti, sulle famiglie, sulle istituzioni. È una figura che si muove dove spesso la società si rompe.

La Legge 55/2024 definisce l'educatore professionale socio-pedagogico come un professionista con funzioni progettuali e di consulenza, autonomia scientifica e responsabilità deontologica, attivo in strutture socio-educative, formative, culturali e ambientali. La stessa legge prevede l'albo degli educatori professionali socio-pedagogici e quello dei pedagogisti. Non siamo davanti a una figura vaga o improvvisata: è una professione che lo Stato ha finalmente iniziato a riconoscere in modo più ordinato — aspettando ovviamente il decreto attuativo che dovrebbe sbloccare la situazione concreta.

Il problema è che il riconoscimento normativo, da solo, non basta. Se una professione viene formalmente riconosciuta ma continua a essere pagata poco, organizzata male, raccontata peggio e trattata come manodopera sostituibile, il riconoscimento resta lettera morta.

**Quando manca un educatore, non manca solo un turno coperto**

VITA, in un intervento sulla carenza di educatori, pone una domanda che vale la pena ripetere: non basta chiedersi come coprire i buchi negli organici. Bisogna chiedersi perché gli educatori formati non restano nei servizi. La risposta è quasi sempre la stessa: sproporzione tra responsabilità e retribuzione, precarietà strutturale, sotto-inquadramento contrattuale.

I casi concreti lo confermano. In Piemonte, VITA ha raccontato la vicenda di una residenza per persone con disabilità che rischiava la sospensione di 10 posti letto per carenza di educatori professionali: la struttura aveva 5 educatori su 8, nonostante 66 colloqui effettuati nell'arco di un anno. La carenza di personale non resta un problema interno all'organizzazione: ricade direttamente sulle persone fragili e sulle loro famiglie.

Quando manca un educatore, manca un riferimento. Manca una continuità. Manca qualcuno che conosce la storia di quel bambino, di quella famiglia, di quella persona con disabilità, di quel ragazzo che sta scivolando fuori dal percorso scolastico o sociale. Non è un turno non coperto: è un pezzo di vita che rimane senza presidio.

**Una questione che conosco da vicino: il caso degli educatori OEPAC**

Da educatore una delle situazioni che più mi indigna è la situazione che quotidianamente nel silenzio quasi totale avviene dentro le nostre scuole.

Penso in particolare ai tanti colleghi OEPAC, gli educatori che lavorano all'interno delle scuole. Salvo qualche variazione regionale, molti di loro vivono nel 2026 condizioni contrattuali che non dovrebbero più esistere: se lo studente che seguono è assente, l'educatore va a scuola e non viene pagato. Finita la scuola, il contratto crolla a zero ore fino a settembre, come se potessero sopravvivere nel vuoto. Nel migliore dei casi vengono proposti campi estivi come soluzione-cuscinetto, ma per molti non è certo la risposta professionale che cercano.

Mando un saluto a tutti gli amici che stanno lottando perché questa situazione cambi, e che magari gli educatori OEPAC vengano un giorno assunti direttamente dalla scuola, mettendo fine a questa condizione paradossale.

**Dobbiamo smettere di raccontarci come figure di sacrificio**

C'è però un punto su cui dobbiamo essere onesti con noi stessi come categoria.

Dobbiamo smettere di presentarci come figure genericamente "buone", "sensibili", "portate per aiutare il prossimo". La sensibilità è importante, ma da sola non costruisce una professione. L'educazione professionale non è solo cuore: è metodo, studio, osservazione sistematica, progettazione, capacità di stare dentro i conflitti senza esserne travolti, capacità di costruire contesti dove le persone possano crescere.

Se noi per primi ci raccontiamo come figure di sacrificio e abnegazione, il mondo continuerà a pagarci come figure di sacrificio. Dobbiamo documentare gli interventi, spiegare le competenze, nominare i risultati, pretendere valutazione seria, costruire un linguaggio professionale riconoscibile. Essere educatori non significa essere santi laici. Significa essere professionisti della relazione educativa. E come tali dobbiamo pretendere di essere trattati.

**Il nodo del welfare: se compri al massimo ribasso, il conto arriva sempre**

C'è poi un problema strutturale che riguarda l'intera architettura del welfare italiano.

I dati Istat mostrano che le cooperative sociali, pur rappresentando una quota limitata delle istituzioni non profit, concentrano oltre la metà dei dipendenti del settore. Questo significa che una parte decisiva dell'occupazione sociale passa attraverso organizzazioni che spesso lavorano dentro appalti, convenzioni e tariffe pubbliche insufficienti, con margini stretti che prima o poi ricadono su qualcuno.

Se gli enti pubblici comprano servizi sociali al massimo ribasso, quel ribasso arriva sulle spalle degli operatori, degli utenti, delle famiglie. E quando il lavoro educativo viene compresso, non si risparmia davvero: si accumula debito sociale.

Un bambino non seguito oggi può diventare un adulto più fragile domani. Una famiglia lasciata sola può esplodere in una crisi ben più costosa. Una persona con disabilità senza continuità educativa può perdere autonomie faticosamente conquistate. Un adolescente non intercettato può uscire dai percorsi formativi e sociali. Il risparmio immediato diventa costo collettivo futuro. Sempre.

**Cosa significa davvero proteggere gli educatori**

Proteggere gli educatori e i lavoratori del sociale non significa compatirli. Non significa difendere una categoria a prescindere. Significa costruire le condizioni perché possano lavorare bene: salari adeguati, contratti stabili, formazione continua, supervisione professionale, équipe solide, tempi sostenibili, possibilità reale di carriera, coinvolgimento nelle decisioni sui servizi.

Ma significa anche — e lo dico con rispetto per chi fa questo lavoro ogni giorno — pretendere qualità. La battaglia per la dignità non può trasformarsi in difesa corporativa. Un educatore deve essere formato, aggiornato, capace di lavorare in rete, consapevole dei propri limiti, capace di stare nella complessità senza rifugiarsi nell'improvvisazione.

Il riconoscimento si chiede. Ma si costruisce anche attraverso una pratica professionale seria.

**La domanda che non possiamo evitare**

La domanda vera non è solo: perché gli educatori sono sempre più specie rare?

La domanda vera è: che tipo di società diventa una società che non riesce più a trattenere chi si prende cura delle sue fragilità?

Se perdiamo educatori, operatori sociali, mediatori, assistenti sociali, professionisti della relazione e della cura, perdiamo molto più di una categoria lavorativa. Perdiamo antenne sociali. Perdiamo ponti. Perdiamo presidi di umanità organizzata.

Una società senza questi presidi non crolla all'improvviso. Si svuota lentamente. Si indurisce. Si abitua a lasciare qualcuno indietro.

Poi un giorno si accorge che quel "qualcuno" erano i suoi figli, i suoi anziani, i suoi fragili, le sue famiglie, i suoi quartieri.

E forse anche se stessa.

Il lavoro educativo non è un lusso. È infrastruttura sociale. E le infrastrutture, quando non le curi, prima o poi cedono.

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